GLI SPETTACOLI DI PAMELA VILLORESI: le schede complete.
Attrice. Parte da Prato e approda al Piccolo Teatro di Milano per un lungo sodalizio artistico con Giorgio Strehler.
E’ sempre stata attratta dalle culture di tutta Europa, grazie anche alle sue origini mitteleuropee; tra i suoi amori Cechov,
del quale interpreta Nina nel “Gabbiano” con la regia di Marco Bellocchio e Masha ne “Le tre sorelle”. Con Strehler, suo padre teatrale,
ha interpretato “Il Campiello”, “Arlecchino servitore di due padroni” e “Le baruffe chiozzotte” di C. Goldoni, “Il Temporale” di A.
Strindberg, “Minna von Barbhelm” di Lessing (premio UBU) ed infine “L’isola degli Schiavi” di Marivaux, ultima regia teatrale del maestro.
Dall’inizio degli anni novanta si è cimentata nella regia di spettacoli di prosa tra cui “Atreus et Iliona”, “La viola di Prato”,
“La matassa e la rosa” di Giuseppe Manfridi, “l’Ora di Otranto” dal romanzo di Maria Corti con il gruppo musicale Officina Zoè,
“Teibele e il suo demone” di Isaac Bashevis Singer realizzato con Moni Ovadia e la Kletzmer Orkestra per il Piccolo Teatro di Milano.
Dal 2008 è direttore organizzativo del Festival sulla Spiritualità "Divinamente Roma" (per le prime due edizioni con la collaborazione dell'ETI) che si avvale della Direzione Artistica di Pamela Villoresi.
Diotima o La Vendetta di Eros
Diotima o La Vendetta di Eros
di Bebetta Campeti
Diretto e interpretato da Pamela Villoresi
Musiche composte ed eseguite dal Maestro Luciano Vavolo
per chitarra, flauto, percussione

Diotima è una figura mitica citata nel Simposio di
Platone come colei che iniziò il grande Socrate al
mistero della vera natura di Eros. La giovane autrice
Bebetta Campeti ha trovato parole liriche e pensieri
squisitamente femminili per un monologo e Pamela
Villoresi, nel doppio ruolo di intereprete e regista
dello spettacolo, svela il segreto della donna che
sapeva l'amore, il dio piú umano nato dalla fantasia dei greci. Nella mia vita, io ho amato
tre uomini: sono un eroe, un saggio ed un poeta. Mi hanno condotta lungo una via che sale,
dentro e fuori di me, passando attraverso prove e ferite, inganni ed abbandoni. Ho visto il
mio desiderio vacillare come una fiamma nel buio e l'ho seguito; sulle ali di Eros, ho
raggiunto folgoranti momenti di assoluto. Queste parole di viaggiatrice stanca sono
soltanto il tentativo di ritrovare un barlume. L'ho fatto per me, per voi, per loro: ma
soprattutto l'ho fatto per compiere il senso del mio nome.
La Tragedia di Didone
La Tragedia di Didone
di Michele Di Martino
Diretto e interpretato da Pamela Villoresi
Musiche di Mario Modestini
per orchestra

Nel libro quarto dell’Eneide l’insorgente passione di Didone nei
confronti di Enea viene descritta come tremenda “ferita”, vulnus
che ammorba e consuma: il sentimento d’amore della donna
regina di Cartagine si manifesta drammaticamente, infiamma ed è
inesorabile, irreversibile.
La fatale vicenda è una vera e propria “tragedia”, inserita da
Virgilio nel corpo del poema: una tragedia di canto e movimento,
appunto, sul crudele, ineluttabile male d’amore. Ed è questo vulnus
il filo conduttore della trama, cardine e nucleo di ogni “scena”,
perno ed essenza di ogni azione, di ogni sviluppo narrativo.
Didone ama con tutta se stessa, ama in dismisura, ama fino a
morirne, vale a dire assolvendosi da ogni eccesso di regina, da
tentazioni egotiche, da narcisismi di donna al centro dell’attenzione
del mondo. La sua storia è la storia di tanti amori: seduzione e
conquista, tradimento ed abbandono, furore e morte: cos’è un vero
amore senza storia? Nulla, nient’altro che sgomento, ferita mortale
che infetta, annienta senza scampo.
In un’epoca in cui regnano sovrani il cinismo e i sentimenti tiepidi
di una borghesia incolta, vogliamo parlare di amore totale, assoluto, nutrire la nostra
memoria emaciata di vera poesia: vale a dire di alcuni dei versi più belli dell’Eneide. Versi
elaborati da un poeta e un musicista contemporanei che in comunione creativa tenteranno
di far suonare le parole e di far parlare le note nella forma artistica del melologo.
L’impianto drammatico sarà classico, ma cercherà di tratteggiare maggiormente la
«psicologia» del personaggio di Didone, operando in alcuni momenti una più profonda
riscrittura del testo virgiliano.
La pagina letteraria, dunque, si trasferirà nell’atto drammaturgico e musicale nel tentativo
di offrire al pubblico una fruizione più diretta dell’arte immortale del genio virgiliano.
La storia di Ninì
La storia di Ninì
da Vasco Pratolini
Diretto e interpretato da Pamela Villoresi
Musiche composte ed eseguite dal Maestro Luciano Vavolo

Il monologo è incentrato su uno dei
personaggi più drammatici del romanzo “Lo
scialo” di Vasco Pratolini. Attraverso la
descrizione di una classe borghese in crisi,
l’autore riesce a cogliere i segni di una più
vasta e irreversibile crisi morale. Ninì riflette
appieno queste inquietudini attraverso un
percorso, in una Firenze alle soglie del
fascismo, che la porta a scoprire la propria
omosessualità.
“Ora, distesa sulla chaise-longue, sotto la pioggia, Ninì vagava con lo sguardo sulla
campagna tutt’intorno. Dopo un’acquata improvvisa, del primo autunno, il cielo si era
aperto: sulle piante sul fogliame del vigneto, c’era una striatura di rugiada, palpitante,
gemmata. Stava per scendere la sera, e all’orizzonte, nel pulviscolo colorato e compatto,
annegavano le case e i campanili e gli orti dei paesi della piana. Firenze era come ai
confini della terra: anche dando le spalle al sole e malgrado la chiarità e la purezza della
luce, lo sguardo non riusciva a scoprirla.”
da
Lo scialo di Vasco Pratolini
Caro Signor Pratolini,
sapesse come capisco il sentimento che, scaturito da Lei, prende corpo in Ninì per uscire
adesso sonoro (e sentito) dalla mia bocca e dai miei gesti. Non è una semplice nostalgia di
Firenze, nessuno ci impedirebbe di tornarci ad abitare credo, ciò che è struggente è quel
misto di immagini, di suoni, di ricordi coscienti e non, che si sono annidati dentro e che ci
spingono a ricercare a tornare lì come per riattingere alla fonte della vita: il suono della
nostra lingua, le nostre colline, il nostro modo di essere.
Grazie di queste perle. Le sue parole sono sgorgate dall’anima, si sente, e ora sgorgano
anche dalla mia.
Pamela Villoresi
Il mio Coppi
ArTè Stabile di Innovazione
“Il mio COPPI”
Pamela Villoresi
soggetto Albert Ross
testo Daniela Morelli
costumi Lucia Mariani
video Andrea Giansanti
luci Marco Scattolini
aiuto regia Raffaella Pontarelli
regia Maurizio Panici
Una donna con la sua fatica.
Un uomo che sta morendo.
Quell’uomo è Fausto Coppi, campione indiscusso e amato, fragile e fortissimo che si trova ad affrontare la sua ultima prova, la più impegnativa.
La donna è sua sorella Maria: disperatamente in quelle ultime ore cerca di tenere in vita “il fragile Airone” che sta per prendere il volo per l’ultimo e definitivo viaggio.
Attraverso il racconto di Maria riscopriamo l’uomo Fausto, la sua infanzia, il suo mondo, un mondo fatto di malinconia e sacrifici.
Attraverso la fatica del campione riscopriamo la fatica di una nazione che si stava ricostruendo, un paese che usciva da una guerra devastante e attraverso lo sport, soprattutto attraverso il più povero degli sport, il ciclismo, ritrovava la voglia di uscire per le strade, ritrovava la gioia di vivere.
Ed è così, in parallelo, che il “mito” di Coppi e la sua persona si aprono a noi, per farci entrare nella storia di una generazione che costruiva faticosamente la democrazia e che anche se divisa tra i due campioni (Bartali o Coppi) si ritrovava poi insieme di nuovo per costruire un futuro comune.
Oggi come ieri abbiamo bisogno di eroi /campioni che ci insegnino la fatica del vivere, l’etica della sfida leale, la sana competizione che arricchisce e non divide: oggi come allora possiamo tifare per loro e per degli ideali che sono stati il pilastro di questo paese.
Lo spettacolo si avvale del contributo visivo di Andrea Giansanti, che con le sue atmosfere ci aiuta a entrare in un mondo così apparentemente lontano eppure così presente, che ci emoziona fortemente come spettatori e come uomini.
Maurizio Panici
Lo spettacolo è seguito anche da Artè Stabile di Innovazione
Vita
ArTè Stabile di Innovazione
“Il mio COPPI”
scritto e diretto Angelo Longoni
con Pamela Villoresi, Emilio Bonucci, Eleonora Ivone
Vita, scritto e diretto da Angelo Longoni, è una partitura di sentimenti sull'angoscia e sull'amore, su ciò che è giusto e ciò che non lo è, può ovviamente ascriversi a una vicenda delicatissima come quella di Eluana Englaro, e ora può avere la struttura di un testo teatrale.
Lo spettacolo è strutturato in monologhi e dialoghi tra i due genitori e la figlia.
Una “madre”, Pamela Villoresi, un “padre”, Emilio Bonucci, e una “figlia”, Eleonora Iovone nell'ombra incombente di un conflitto, di una dibattuta condizione d'esistenza sospesa, a seguito di un incidente stradale.
Una ragazza diciasettenne che da 15 anni è in stato vegetativo, né morta e ne viva, in uno stato di sospensione, i suoi genitori si trovano uno di fronte all'altro con i loro differenti modi di affrontare il dramma.
La madre ha fede in Dio, ogni appiglio è buono per credere che la figlia possa migliorare e con serenità trascorre gli anni in ospedale, accanto ad essa, dormendo su una poltrona. Il padre, invece, di speranze ne ha poche: lui vuole ricordare la figlia quando in piscina riemergeva dall'acqua per prendere una boccata d'aria. E' stanco, provato e vorrebbe che morisse, smettesse di soffrire.
Franco Cordelli l'ha definito: “la sorpresa più bella è il dramma, anzi l'oratorio di Longoni. Intriso della vocazione italiana al sentimento, 'Vita' non è sentimentale; […]. Oserei dire che 'Vita' è uno dei nostri testi più belli degli ultimi anni
Memorie di una schiava
La Bazzarra produzioni
Pamela Villoresi
Memorie di una schiava
liberamente tratto da Spedizione al Baobab di Wilma Stockenstrom
musiche dal vivo BabaSissoko
adattamento drammaturgico e regia Gigi Di Luca

“Poema vegetale”, come la traduttrice Susanna Basso lo definisce, il romanzo della scrittrice sudafricana bianca, Wilma Stockenstrom, da cui trae ispirazione lo spettacolo, è stato scritto nel 1981 in afrikaans. Ed è bello notare che questo racconto di una schiava trovi parola nella lingua stessa di chi quella sofferenza ha causato, nella lingua gutturale e straniera dell’offesa. Le memorie di una schiava, il suo desiderio di opporre resistenza alla vita, alla sua vita di violenze a cui è naturalmente costretta, sono il punto di partenza dello spettacolo […].
La riflessione del personaggio del testo ci aiuta a riflettere e ci spinge a indagare sulla sottomissione psicologica e fisica, sulla schiavitù contemporanea che con nuove forme di costrizione continua a negare la libertà e la dignità umana. Le parole poetiche della Stockenstrom e la storia della schiava sudafricana incontrano le storie e i volti delle ragazze nigeriane, senegalesi, ghanesi, albanesi, di oggi. La messa in scena si muove su più piani narrativi, parole, immagini e musiche eseguite dal vivo da musicisti africani, dai “Griot”, canta-storie chiamati a raccontare nuove e più amare storie, a cantare un solo grande “canto corale di libertà.