Le variazioni Goldberg

New York 1955. Sulla 30° strada sorge una vecchia chiesa abbandonata che la Columbia Records ha trasformato in uno studio di registrazione. Lì, con aria stralunata entra un ventitreenne canadese con indosso un pullover, una giacca di tweed e un cappotto pesante. Sulle mani due paia di guanti sovrapposti. Era Giugno. E lui era Glenn Gould.

Forse sarebbe bastato anche questo a stupire i tecnici, ma ci fu altro. Sotto il braccio, insieme ad una valigetta piena di biscotti e pillole di ogni genere, Glenn trasportava una seggiola pieghevole riadattata in casa, con quattro gambe singolarmente regolabili. Di fronte a lui un pianoforte Steinway 147 che la sedia in qualche modo gli permetteva di abbracciare. Una bacinella di acqua calda per tenere a mollo le sue bellissime mani e il prodigio ebbe inizio. Tante volte nella vita ho sognato di essere lì, nascosta a spiare il miracolo che si compie. Le Variazioni Goldberg di Bach interpretate come da nessuno. Come riscritte. La sua voce che accompagna le note, il suo contrappunto, la mano che si stacca per dirigere un’orchestra invisibile. I suoi occhi chiusi per fuggire da tutte le paure.

L’album che i tecnici registrarono quel giorno fu uno dei più venduti di quell’anno, e di tutti i tempi, consacrandolo a genio assoluto.

C’erano tutti i pianisti del mondo un tempo. E poi arrivò lui, Glenn Gould. Il mio Glenn Gould.

V.d.R.
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